

Il declino dell’etica aristocratica di Torquato Tasso e la crisi della coscienza europea.
Note in merito a un progetto relativo alle celebrazioni del 2025
Il progetto relativo alle celebrazioni di Torquato Tasso prevede la costruzione di un sito web nel quale si sono caricate le opere sulla nobiltà di Torquato Tasso (i due dialoghi del Forno. ovvero della nobiltà).
Si tratta di due dialoghi importanti, ristampati per ben 6 volte, da editori diversi, che incidono sull’unificazione dell’etica delle nobiltà in Italia.
Le celebrazioni recenti del Tasso non hanno portato grandi cambiamenti in merito alla conoscenza della sua complessa figura. Aurelio Musi, recentemente, lo ha inserito come uno dei punti cardine all’interno del paradigma di Malinconia barocca. Uomo di transizione generazionale più che figura soccombente rispetto ai nuovi canoni della Controriforma. Si può parlare, in merito a Torquato Tasso, di diverse stagioni nelle quali l’autore è stato stigmatizzato o violentemente attaccato, oppure apprezzato e valorizzato. Al di là della lunghissima querelle sulla superiorità tra il Furioso di Ariosto e la sua Gerusalemme, Tasso è stato studiato come poeta, soprattutto per i suoi componimenti a livello di ciclo cavalleresco. Presa in esame poi, nel periodo romantico, la sua biografia: la genialità che sfocia in punte di pazzia; le numerose manie di persecuzione o persecuzioni vere e proprie; i suoi amori impossibili. Infine, la reclusione, l’oblio che cala sull’autore nel Settecento. Poi, il culto del sepolcro del Tasso, nell’Ottocento. Nasce il “mito” tassesco, basato sulla leggenda che lo voleva recluso a Sant’Anna a dispetto delle sue reali condizioni e per il suo amore impossibile per Eleonora d’Este; importante anche la descrizione che Michel de Montaigne fece di lui nel 1580 dopo averlo visitato in ospedale (lo scrittore francese parlò di un uomo folle e malinconico, influenzando non poco il giudizio dei letterati romantici dell’Ottocento). Tale “mito” ispirò, nel dramma Torquato Tasso, J. W. Goethe (scritto nel 1790 a Firenze). Agli inizi del XIX sec. è Giacomo Leopardi ad ammirare molto la figura di Tasso, visitando la sua tomba a Roma durante il viaggio del 1822. Il poeta di Recanati dedicherà a Tasso l’operetta morale, il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare. Importante anche la poesia Sul “Tasso in prigione” di E. Delacroix, contenuta nei Fiori del male di Charles Baudelaire.
Intanto, spieghiamo l’interesse di uno storico per Torquato Tasso e su come mi sia avvicinato a questo autore. Sono sempre autori contemporanei a mediare l’approccio verso altri autori meno recenti ed in genere sono letterati storici.
Meditavo su Torquato Tasso attraverso la lettura dei Promessi sposi di Manzoni ed attraverso l’interpretazione delle opere del poeta fornite da Francesco De Sanctis, nella sua Letteratura italiana ed in alcune sue opere giovanili, nonché attraverso le pagine dedicate alla letteratura barocca da Benedetto Croce.
Nel primo caso, provengo da una generazione di storici moderni dove al quesito che si poneva ai maestri: come si può comprendere la società barocca? Si invitava a leggere Maravall e a studiare molto bene Manzoni, in particolare i Promessi sposi e la Storia della Colonna infame. La ricostruzione storica che compie Manzoni in queste due opere è impeccabile; non solo è eccellente la ricostruzione del contesto sociale, ma viene colta anche l’articolazione dei paradigmi culturali e lo stesso potere. Manzoni è eclettico nell’utilizzazione della letteratura d’epoca e delle fonti d’archivio. Mostra poi una grande acribia nell’individuare gli Autori come Pietro Giannone e la Storia civile del Regno di Napoli, utilizzata ampiamente nella Storia della colonna infame, e l’ideologia di Torquato Tasso, che pervade tutta l’architettura dei Promessi sposi. La società del privilegio, la nuova geopolitica europea che vede il predominio della Monarchia Cattolica e della Francia, il ruolo militare dello Stato di Milano e della città di S. Ambrogio, le gerarchie sociali del periodo barocco, la società cetuale e corporativa, il concetto di onore come elemento inscindibile della nuova realtà aristocratica, l’esercizio del potere, il ruolo della nobiltà di schiatta e l’affermarsi di quella mercantile. Sono tutti tempi presenti nell’opera manzoniana. Soprattutto, Manzoni individua il sistema delle precedenze sociali riservate all’aristocrazia negli anni in cui è ambientato il romanzo dei Promessi sposi. Un ambasciatore spagnolo a Roma così le andava a riassumere:
coprirsi in presenza del Sovrano, sedersi in sua presenza nella Real Cappella, e in altri posti, prendere posto immediato durante i battesimi dei principi, processioni e accompagnamenti pubblici, esprimere doglianze vicino al cadavere del proprio re restando coperti, seduti, portare a spalla il defunto, esser parente adottivo della maestà, e trattato da cugini e, quando Viceré, trattati da Illustri cugini, esser resi partecipi sui casi più ardui, esser trattata la loro persona da eccellenza, e permessa la corona ducale all’uso delle loro Armi, essere ammessi a Pasqua e altre festività al bacio della mano del re, non poter esser arrestati senza commissione firmata dal sovrano ed esser portati alla prigione vedendosi concessa la destra da chi eseguiva l’ordine, tranne nel caso del delitto di lesa maestà, avere entrata libera al palazzo reale fino al luogo in cui si trovava il sovrano quando era malato, vedersi concessa l’udienza particolare dal sovrano, avere una camera di primo grado nella Corte e in guerra, il soldo, se inclini a servire con una picca, prendere tutori in minore età con consulta reale, entrare e uscire di corte con speciale permesso dei propri re, sedersi nei Tribunali di giustizia e molte altre prerogative.
Tutto questo sistema di valori viene ampiamente contestualizzato allo Stato di Milano ed all’Italia. Manzoni dimostra di conoscere a fondo le opere di Tasso, riprendendo concetti e persino formulazioni precise, soprattutto dai dialoghi sulla nobiltà, inserendoli nel tessuto narrativo.
In sintesi, Manzoni utilizza i dibattiti sulla nobiltà di Tasso come base teorica e letteraria per costruire la sua critica all’aristocrazia, proponendo un’etica nobiliare fondata sulla virtù e sull’utilità sociale. Il noto letterato, anche se è influenzato dalla critica alla nobiltà di Parini e dall’Illuminismo, propende per un’etica nobiliare basata sull’onore come frutto della virtù individuale e non ereditaria.
Nella nostra prospettiva è importante il fatto che il sistema dei valori, delle precedenze e della società del privilegio negli stati italiani venivano individuate dal Manzoni in un autore ben preciso, ritenuto per le proprie conoscenze al di sopra delle parti, una vera e propria autorità in materia: Torquato Tasso.
Manzoni aveva già compreso che la grandezza di Torquato Tasso non risiedeva tanto nella genialità dimostrata nell’Aminta o nella Gerusalemme liberata, quanto nella grandezza dei Dialoghi. L’influenza dell’intellettuale sorrentino aveva compattato l’etica nobiliare degli stati preunitari italiani già a partire dalla prima metà del Seicento.
L’importanza dei «Dialoghi» nei «Promessi sposi» è stata recentemente messa in rilievo da Federica Alziati. La studiosa indaga il legame di Manzoni con l’ideologia barocca e intellettuale. A fronte di una vulgata critica ancora riecheggiante la presunta avversione manzoniana per il letterato cinquecentesco.
Ad esaminare più attentamente le pagine dei Promessi sposi, l’impianto dell’etica nobiliare del Tasso emerge in diversi punti: nel diverbio in merito all’etichetta da seguire ed alle precedenze nobiliari tra il podestà ed il conte Attilio. Nell’imbarazzo di fra Cristoforo, malcapitato portavoce della causa della giustizia in favore di Renzo e Lucia (in soggezione rispetto alla presenza di don Rodrigo, circondato d’amici, d’omaggi, dove tutti mostravano reverenza). Ancora nella discussione tra don Rodrigo ed il cugino Attilio di una possibile bastonatura da infliggere a fra Cristofaro colpevole di non rispettare le precedenze verso il loro rango nobiliare.
L’autorità del Tasso in materia di nobiltà è chiarissima nella descrizione della biblioteca di don Ferrante.
Nella biblioteca campeggiano i due dialoghi sul Forno «Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso» capisaldi della «scienza cavalleresca»:
Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi addottrinato, una ce n’era in cui meritava e godeva il titolo di professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero possesso, ma pregato frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l’Urrea, il Muzio, il Romei, l’Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso, di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria tutti i passi della Gerusalemme liberata come della Conquistata, che possono far testo in materia di cavalleria. L’autore però degli autori, nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago […]. E fin da quando venner fuori i Discorsi.
Una sistemazione critica, delle opere di Torquato Tasso, venne compiuta da Francesco De Sanctis. Tasso, insieme ad Ariosto, è figura centrale per comprendere il Rinascimento e la transizione verso il Barocco, dominata da inquietudini e tensioni spirituali che Tasso percepisce profondamente. Il critico letterario mette in luce il fatto che il Tasso fosse attraversato da un profondo conflitto interiore. L’autore sorrentino è la voce di un’epoca di crisi religiosa e sociale, riflessa nel conflitto tra l’ideale e il reale, la fede e il desiderio. Le opere giovanili di De Sanctis gettano le basi per la sua analisi, dove il poeta del Cinquecento è visto come un precursore della modernità, un interprete del dissidio interiore dell’uomo.
Un punto centrale nelle riflessioni di De Sanctis su Torquato Tasso si coglie in un piccolo saggio nel volume autobiografico: La giovinezza. Il critico irpino andava a sviluppare il quesito centrale delle colpe che religiosi e letterati, legati agli schemi controriformistici, additavano al Tasso. Non si trattava tanto dello stile che usciva dai canoni del purismo -come invece avrebbero sottolineato i primi letterati dell’Accademia della Crusca- o della querelle sulla superiorità dell’Orlando furioso e della Gerusalemme liberata. Il Tasso aveva elaborato una pericolosa etica nobiliare all’interno del suo poema. Il concetto di onore e di cavalleria non era solo dei cavalieri cristiani ma anche dei cavalieri musulmani, pur essendo nemici “infedeli”, sono ritratti con un forte senso dell’onore cavalleresco, paragonabile a quello dei crociati. Questo è il caso di personaggi come Clorinda ed Argante che combattono con valore, lealtà e coraggio, rilevando il fatto che, anche se su fronti opposti, si vanno a identificare come eroi e rientrano nell’etica della cavalleria. Tutto questo contraddicendo la Controriforma.
Così, isaraceni sono presentati come guerrieri temibili e valorosi, capaci di grandi duelli e di sfide eroiche; personaggi come Clorinda incarnano un codice d’onore molto forte: coraggiosa, leale, fedele fino alla morte; Erminia, pur innamorata di Tancredi, fugge dal campo cristiano per non tradire la sua gente, e poi ritorna travestita per curare l’amato ferito. In questo modo Tasso non demonizza i musulmani; li vede come eroi con virtù proprie, pur contrapponendoli alla fede cristiana come obiettivo finale, riflettendo la visione medievale dei “giusti” anche tra gli infedeli.
De Sanctis, come è noto, non ha un’elevata considerazione del Tasso. Nel capitolo XVI della sua Storia della letteratura italiana, esprime un giudizio alquanto severo sull’autore della Liberata, secondo lui espressione di un’età di crisi e decadenza, dominata dalle discussioni teoriche di cui proprio il poema è il risultato. Secondo il critico, Tasso “cerca l’epico e trova il lirico”. Il percorso culturale del Tasso si addiceva pienamente ad avvalorare quella teoria sulla decadenza italiana, riassunta in altre pagine dal De Sanctis, anche come il “cattivo governo spagnolo e papalino”.
Una teoria, che sarà condivisa anche nella storiografia italiana contemporanea e seguita dallo stesso Benedetto Croce, nella Storia dell’età barocca, vede il sonno e la crisi degli intellettuali italiani col Cinquecento. La perdita del primato europeo non solo avrebbe posto fine all’indipendenza politica dell’Italia ma avrebbe anche portato alla crisi della coscienza civile, con gli intellettuali che non seppero più opporsi al potere spagnolo e alla Controriforma. Giudizio che però Croce attenuava, nella Storia del Regno di Napoli, almeno relativamente al rapporto tra questo e la Spagna, in quanto l’inserimento di Napoli nell’ottica della Monarchia Cattolica svolse anche una funzione protettiva e frenò le ingordigie di altri stati europei.
Dunque, lo strumento privilegiato di lettura della storia culturale italiana del XVII secolo, è quella di decadenza. Qui, Croce richiama, nell’impianto e nei toni, il giudizio della lettura operata da De Sanctis. La decadenza è per Croce una categoria essenzialmente morale, non economica. Infatti, le sfavorevoli condizioni materiali di un popolo non costituiscono, di per sé, motivo di decadenza, se non accompagnate da una contemporanea crisi interiore. Nell’Italia seicentesca questa condizione di decadenza interiore, secondo Croce, consistette nel venir meno l’entusiasmo morale. La Controriforma fu l’avvenimento storico-politico che caratterizzò, con conseguenze non riducibili solo sul piano politico, il Seicento italiano e a cui Croce imputa la sterilità dell’intelligenza italica in quel secolo
2. Importanti altri due autori contemporanei, sempre letterati in merito alla comprensione del Tasso: Quondam e Domenichelli.
Secondo Quondam, la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, è stata protagonista della scena culturale e politica italiana a partire da dopo l’Unità. Questo testo consegnò agli intellettuali della nuova Nazione risorgimentale un’idea della tradizione letteraria che è diventata il duraturo paradigma dell’intera storia d’Italia e della stessa identità nazionale. Un’idea al tempo stesso semplice, chiara e forte: con l’eccezione di Dante, unico padre della patria, la nostra letteratura conferma la lunga “decadenza” e la “servitù” della storia d’Italia nell’età moderna. De Sanctis, sempre con la tensione e la passione narrativa che della Storia fa un capolavoro, giudica negativamente gli scrittori da Petrarca a Metastasio: li ritiene dediti al culto di una bella forma indifferente al contenuto, moralmente indegna nella sua vuota frivolezza, incapaci di quella «serietà di un contenuto vivente nella coscienza» che è, o dovrà essere, il fattore distintivo della «nuova letteratura» della nuova Italia.
Secondo Quondam la Letteratura era un’opera di formazione ed individuava il valore aggiunto degli esponenti della cultura letteraria italiana anche in base alla loro caratura morale e civile. Quali potevano essere proposti o meno -al di là della novità linguistiche o dei costrutti letterari- come padri fondanti della tradizione italiana; quali intellettuali avevano cercato di opposti al governo Spagnolo ed alla Controriforma. Il Tasso non era uno di questi. Per De Sanctis Tasso andava ridimensionato non solo rispetto ad Ariosto ed agli esponenti della letteratura cavalleresca, ma anche rispetto ad altri autori contemporanei. Non è un caso che, nella Letteratura italiana, trovavano alta considerazione gli intellettuali, anche se non letterati, che si erano opposti alla Controriforma ed al cattivo governo spagnolo: Bruno, Telesio, Campanella.
Altra considerazione. Il metro di giudizio di De Sanctis si muove all’interno della chiave di lettura che da una parte guarda al “purismo” e dall’altro ai parametri idealistici. Dunque, su un versante giudica il Tasso in merito alle novità addotte all’interno della costruzione della lingua; su un altro versante dà un giudizio severo su un intellettuale succube della Controriforma e quindi poco adducibile come esempio tra gli intellettuali che si sono opposti alla decadenza italiana. Inoltre, l’attenzione si sofferma sulle opere cavalleresche, ritenendo una produzione poco meritevole di attenzione quella dei Dialoghi e delle Lettere.
Restavo molto colpito dall’opera di Domenichelli, da come inquadrava le opere del ciclo cavalleresco. Il libro è tutto proiettato sulle precedenze, sul sistema degli onori e sui cerimoniali, sull’idea di nobiltà che prende forma nel Rinascimento e su come questi concetti persistevano nel tempo, anche dopo la fine dell’antico regime, negli e tra gli stati moderni ed all’interno dei ceti nobiliari europei.
É un lungo viaggio attraverso la cultura aristocratica dell’Europa occidentale, tra il 1513 – l’anno del Principe di Machiavelli, Teufel und Tod di Dürer, della prima stesura del Cortegiano di Castiglione – e il 1915, il secondo anno della Grande Guerra, l’anno in cui si svolge Le temps retrouvé di Proust e in cui fu composto anche Der irrende di Ritter.
Un lungo arco di tempo riletto alla luce dei modelli di vita, dei codici di appartenenza e di casta che prendono forma nell’arte e nella letteratura europea come luogo costitutivo di identità individuali e collettive. In questa cronologia, il libro articola, nella dialettica proposta tra crisi e riprese del codice aristocratico, le metamorfosi del modello gentilizio-marziale: dal cavaliere al gentiluomo, al gentleman, al cavaliere romantico.
La dicotomia cavaliere e gentiluomo attraversa dunque l’intera cultura d’ancien régime, anche nel suo persistere ben oltre la Rivoluzione francese e fino alla prima guerra mondiale. E di quella cultura transnazionale, che identifica l’appartenenza all’ordo in Russia, come in Francia o in Italia, in Spagna, come in Germania o in Inghilterra, il libro vuole ricostruire, in chiave dinamica, l’estetica e la poetica dell’esistenza cercandone una chiave interpretativa, non solo nella consapevolezza che la vita aristocratica ha di sé come perenne mise en scène, perpetua recita, ma anche come di una totale identificazione tra attori e ruoli, tra vita e sogno della vita, tra vita e recita della vita.
In Cavaliere e gentiluomo, spicca soprattutto il sottotitolo, che rimanda al lungo periodo: Saggio sulla cultura aristocratica in Europa 1513-1915. Il cavaliere è il personaggio per eccellenza che appartiene ad élite sociali di stampo aristocratico, connotate non solo dalle virtù – basta fare riferimento ai testi cavallereschi – ma anche alle genealogie incontaminate. È il personaggio principale di una letteratura militante e di regime che cementa l’identità aristocratica di gruppo dei lignaggi aristocratici. La cultura aristocratica – che si basa sugli ideali cavallereschi di Castiglione, Bembo, Ariosto, Tasso – sarebbe venuta meno solo con la Grande Guerra.
3. Importanti sono I Dialoghi e l’idea di nobiltà proposta da Torquato Tasso. Qui l’autore elabora la propria produzione all’interno delle corti italiane. Prima delle corti principesche dell’Italia Padana è influenzato, tramite il padre Berardo, da quella di Ferrante Sanseverino, il principe di Salerno. La Corte di Ferrante Sanseverino è una vera e propria Corte rinascimentale con molte caratteristiche simili a quelle dei principi dell’Italia Padana. Può essere paragonata alla Corte principesca di Carlo il Temerario, l’ultimo duca di Borgogna, descritto magistralmente da Huizinga nell’Autunno del Medioevo. Un principe mecenate che si circonda di una splendida Corte, piena di opere d’arte e frequentata da artisti e letterati, ma poco attento alla nuova dialettica politica che cambia. Di fronte alla forza, all’uso della violenza dell’esercito francese, Carlo il Temerario non ha scampo e capitola. Anche Ferrante, che punta ad una politica di propaganda basata sull’esaltazione del principe mecenate ispirato alla magnificenza, non ha nessuna arma da opporre a Pedro de Toledo. Esistono tuttavia delle differenze profonde tra la Corte del Sanseverino e l’ambiente in cui è calato l’Autunno del Medioevo. I “toni crudi della vita” che emergono nel libro di Huizinga sono prettamente medievali, sono paragonati a quelli del Decamerone; invece, i versi amorosi declamati nella Corte salernitana sono ispirati da Boiardo, Ariosto, Bernardo Tasso. Il galateo, le buone maniere, il processo di civilizzazione dell’aristocrazia di cui parla Elias, hanno fatto breccia. L’ambiente della Corte sanseverinesca è sicuramente quello delle corti dei principi delle città padane cinquecentesche. La sua è una Corte aperta dove il principe Ferrante e la principessa Isabella, che hanno ricevuto una educazione umanistica, finiscono per ospitare tutta una serie di intellettuali non solo dei circoli erasmiani ma anche seguaci delle nuove idee religiose di Valdés. I cortigiani, e lo stesso principe, sono influenzati dall’umanesimo politico che si è diffuso a Napoli nell’ultimo periodo della dominazione aragonese. Soprattutto risulta importante la diffusione delle opere, che circolavano in forma manoscritta, di autori come Tristano Caracciolo, Galateo, Belisario Acquaviva, in merito agli ideali nobiliari. Vi è dunque, uno stretto legame, tra i ricordi della corte salernitana di Ferrante con la permanenza nelle corti di Urbino, Ferrara, Mantova, Firenze, Torino, Roma.
Il Tasso rimanda alla corte di Ferrante Sanseverino nel Dialogo il Nifo. Nello scritto, Agostino Nifo si confronta con il Cortigiano di Castiglione e con le teorie politiche di Machiavelli. Nel modello di cortigiano di Nifo, il principe doveva essere munifico, giusto, illuminato; il cortigiano doveva poi essere il ristoro ed il diletto del principe, assicurargli il giusto ozio e una costante distrazione. Importante, per Nifo, il ricorso alla Retorica di Aristotele che era alla base delle arti del cortigiano per i diversi modi di ispirare riso e divertimento. Consigliava al principe di seguire sempre regole e virtù morali. Il principe non poteva aspirare di avere un potere assoluto senza trasformarsi in un tiranno. Però, il vero consigliere e segretario di Ferrante Sanseverino è Bernardo Tasso. È lui che consiglia politicamente il principe. Che Bernardo Tasso fosse il consigliere di Ferrante, che lo consigliasse in merito alle sue azioni politiche da seguire, se queste fossero etiche, è dimostrato dai consigli fornitigli in un momento cruciale della vita politica di Ferrante e del Regno di Napoli: la delegazione, che Ferrante doveva guidare, diretta verso l’imperatore. Prima della partenza il Toledo convoca il Sanseverino minacciandolo ed invitandolo a desistere: Ferrante tentenna. Nel Dialogo del Tasso, Ferrante ricorre ai pareri di due consiglieri: Martelli e Tasso. Il primo consigliere, visto il potere assoluto del Toledo suggerisce prudenza e dissimulazione. Soprattutto di soprassedere temporaneamente all’ambasceria diretta verso l’imperatore in quanto potrebbe pregiudicare definitivamente i rapporti con il viceré. Bernardo Tasso fornisce un’indicazione opposta. Ferrante deve seguire “la strada dell’onore”. Da buon principe umanista deve rispettare la parola data alla città di Napoli, al di là di quelle che possono essere le ripercussioni. Le conseguenze furono catastrofiche in quanto gli emissari del Toledo precedettero il Sanseverino a Corte e lo misero in cattiva luce di fronte all’imperatore.
Nel Dialogo sul Nifo, il Tasso afferma che la nobiltà napoletana deriva direttamente da antiche stirpi che attingono dal meglio delle dinastie europee. E il principe Sanseverino appartiene alla più illustre nobiltà del Regno.
I Dialoghi che incidono di più sulla formazione del paradigma nobiliare sono quelli sulla dignità, sulle imprese, sulla virtù, sulla cortesia, sulla Corte, soprattutto quelli sulla nobiltà.
In assoluto sono importanti le due versioni del Dialogo: IlFornooverodelanobiltà. Questoè dedicato a Scipione Gonzaga (1586). L’opera è redatta nel momento in cui si celebra il matrimonio tra Cesare d’Este e Virginia de’ Medici, avvenimento che coincide anche con il trasferimento del Tasso da Torino a Ferrara. Nella amata città, egli riallaccia i legami con i d’Este e quindi con i Gonzaga, ancora si avvale della benevolenza dei Medici.
Il paradigma dell’autore si basa su una netta gerarchizzazione che contraddistinguerebbe, dall’interno, la nobiltà di buona parte dei principati italiani e dell’Europa.
In diversi passi del dialogo si precisano i tre tipi di nobiltà esistenti: l’eroica, la regia, la civile.
Alla nobiltà eroica appartiene la «casa d’Austria la più nobile d’Europa, insieme ai Savoia ed alla casa d’Este […] che si possono paragonare a le tre stirpi eroiche della Grecia […]». Una nobiltà – estesa dall’autore, nel corpo del dialogo, anche alle case regnanti di Francia, del Portogallo e dei Medici in Italia – che trova le proprie origini genealogiche addirittura nelle gesta degli antichi eroi.
Si passa poi nel dialogo a discutere sulle precedenze tra il papa e l’Imperatore. Negli anni ’80 del Cinquecento, quando il Tasso compone i due Dialoghi si è formato un nuovo sistema fra le dignità aristocratiche dell’Italia spagnola e non spagnola e dei grandi principati italiani. La tesi del Tasso, in merito alla nuova idea di nobiltà – «gentilezza di virtù di schiatta onorata per antica chiarezza» –, tiene conto di questi cambiamenti.
Il Tasso legge le trasformazioni che sono intervenute in seno alla nobiltà europea e agli antichi Stati italiani. Oltre ad una serie di principati indipendenti si è costituito un numero elevato di titolari di feudi imperiali, di altri potentati territoriali. Soprattutto, in molti casi si tratta di Stati e territori in possesso di una vera e propria sovranità.
Per Tasso, però, la nobiltà va ricercata nell’antica e continuata chiarezza. Bisogna, secondo l’autore, «ragionar su queste due differenze di antica e continuata». Il Tasso si interroga, inoltre, sull’esistenza o meno di un rapporto tra nobiltà e antiche genealogie. Ossia, la «virtù di seme, è forza [interna al ceto]»; oppure, «che questa virtù a lungo andare scemi ed invecchi […]». Egli osserva come non si possa affermare «che la lunga antichità non rechi oscurità: ma questa oscurità non toglie pregio»; anzi, «accresce autorità alle famiglie ed a lor città». Quando ciò avviene «quella prima oscurità cagiona quell’effetto che cagiona l’ombra nella pittura, che fa rilevare i colori, onde in essi si vede la rotondità delle membra, che quasi la profondità dei corpi vi si rimira». In questo modo «la virtù del seme invecchia per antichità».
Proviamo a storicizzare questi Dialoghi del Tasso. Un libro di Angelo Di Falco ha illustrato il sistema degli onori e delle precedenze all’interno della Monarchia Cattolica. Un sistema, di cui Tasso era a conoscenza, che regolava le precedenze e gli onori faceva riferimento al Manoscritto Chigi; si trattava di un repertorio dedicato alle precedenze, approvato da Giulio II per le monarchie e per le nobiltà europee. Questo sistema cerimoniale pontifico subisce delle variazioni in seguito alla creazione del nuovo sistema geopolitico creato da Carlo V, quando si impone in Italia ed in Europa il nuovo cerimoniale messo in piedi con l’incoronazione imperiale del 1530. Cerimoniale e precedenze che si trasformano ancora, a favore della Francia, con l’ascesa di Luigi XIV alla fine del Seicento.
Il merito del Tasso è che nei Dialoghi sulle nobiltà integra l’ordine delle precedenze tra i partecipanti, sulla base delle differenze di antichità e di schiatta. In un contesto culturale fortemente visuale, come quello della società barocca, in cui l’immagine rimanda, la rappresentazione del rango avveniva attraverso la forma. Per cui la lesione del diritto di precedenza corrispondeva a mettere in dubbio l’autenticità della condizione sociale o l’autorità del ruolo politico e/o religioso del soggetto leso, sfidando la sua capacità a difenderla.
Il merito del Tasso sta soprattutto nel fatto che attraverso l’Epistolario ed i Dialoghi, sulla corte e sulla nobiltà, abbia unificato il sistema dei valori nobiliari delle diverse nobiltà italiane ed europee. In Italia Tasso scrive centinaia di lettere a principi italiani, cardinali, senatori, patrizi, esponenti delle principiali nobiltà di feudo. L’etica nobiliare che propone, anche perché è il maggiore autore di poemi cavallereschi dal Rinaldo alla Gerusalemme, è unanimemente accettata. La fortuna del paradigma nobiliare del Tasso, secondo Tateo, si spiega proprio con il fatto che nel Seicento si ha una vasta diffusione del poema eroico, modellato prevalentemente sull’esempio del letterato, soprattutto nei centri provinciali, meridionali ed italiani, legati alla nobiltà feudale e terriera che ha perduto la dimensione cosmopolita del Rinascimento.
Poi, parallelamente ai Dialoghi, risulta importante un secondo elemento: il rapporto diretto del Tasso con i principali esponenti della nobiltà italiana. Non solo i principi dell’Italia Settentrionale ma anche i profondi legami con la nobiltà napoletana. Rapporti epistolari intessuti durante i suoi soggiorni napoletani. La fitta corrispondenza intrattenuta dal letterato con le principali famiglie dell’aristocrazia napoletana emerge ad esempio -lo ha osservato Aurelio Musi- con gli aristocratici che avevano aderito all’Accademia degli oziosi di Napoli, nata sotto la protezione del conte di Lemos (importante anche il legame con il napoletano Giovan Battista Manso, al quale Tasso dedica il Dialogo, l’Amicizia. Uno di questi è Francesco Maria Carafa, il duca di Nocera. Quest’aristocratico, uno dei fondatori dell’Accademia napoletana, è oggetto del sonetto del Tasso: Quandomaidimostrarsiagliocchivostri. Carafa risponde pienamente all’idea di nobiltà che l’autore della Gerusalemmetendeva a diffondere in Italia e nel Regno di Napoli: «religiosità e devozione spinte fino allo spirito di crociata; profondo attaccamento allo spirito cavalleresco e militare; nostalgia di un tempo in cui l’autonomia politica del baronaggio si spingeva fino all’insubordinazione e alla congiura per il ribaltamento degli equilibri politici; violenza e soprusi sui vassalli».
4. Le fonti delle istruttorie dei tribunali nobiliari sono intrise di citazioni provenienti dal Tasso. Ho preso in esame la letteratura nobiliare in Italia, soprattutto attraverso gli atti dei tribunali preunitari, soprattutto gli incartamenti delle Consulte Araldiche. Mi colpiva il fatto che delle decine di autori di storie nobiliari o genealogisti che operavano negli stati preunitari nelle istruttorie giudiziarie solo pochi di essi venissero citati a livello di dottrina unanimemente riconosciuta.
Seguivo un percorso diverso da quello di Claudio Donati, che aveva studiato l’ideologia nobiliare in Italia nell’Età Moderna. Il libro di questo autore, nato sulle suggestioni della diffusione delle opere di Brunner e di Berengo, dove si prendeva in esame il dibattito nobiliare in una prospettiva soprattutto culturale: il passaggio dallo status aristocratico acquisito per meriti (nelle armi, nelle lettere, nelle attività di toga) a quello derivante esclusivamente dalla nascita. Poi, venivano introdotti i canoni barocchi, che rimandavano ad esclusive genealogie, basate sul seme e sul sangue, che si arricchiscono con diversi paradigmi provenienti dalla cultura della Controriforma e che coinvolgevano non solo l’aristocrazia, ma tutta l’élite di potere italiana ed europea. Infine, anche questi canoni nobiliari esclusivi che rinviano all’antichità di lignaggio, furono superati dai modelli settecenteschi che legavano la nobiltà al censo ed alla proprietà, all’interno di una nuova etica, che è stata definita della nazione dei proprietari. Si è di fronte, nell’opera di Donati, a un paradigma troppo schematico che non tiene conto di una serie di problemi; degli autori, dei trattati, o dei generi nobiliari esaminati, solo una parte entra in circolo e viene utilizzata all’interno della sfera statale o nelle politiche nobiliari; i modelli nobiliari tra gli Stati preunitari del Centro-Nord e quelli del Regno di Napoli, Stato della Chiesa e Regno di Sicilia sono profondamente diversi .
Il nostro intento è individuare il percorso, per così dire dall’interno, dei testi che veicolano i valori nobiliari che entrano in circolo e che lasciano una loro eredità fino a sfondare nell’Ottocento e nel Novecento.
Le istruttorie si rifacevano ad un apparato ideologico, diventato dottrina in quanto consuetudine, che si rivolgeva solo verso alcuni precisi autori, che diventavano i classici di riferimento. Dunque, decine di autori risultavano astratti e teorici, utili solo per ricostruire il dibattito sull’idea di nobiltà, ma non utilizzati dalle autorità giudicanti. Inoltre, non tutti i testi veicolano paradigmi originali. Non tutti i trattati lasciano qualcosa in eredità ai testi successivi. In altri termini, è importante stabilire la loro ricaduta non tanto in rapporto alla loro originalità o complessità interna, quanto all’uso ed alla circolazione che hanno avuto all’interno del genere nobiliare.
Importanti, per interpretare il significato delle istruttorie di nobilitazione di cui si occupano le Consulte Araldiche, sono le riflessioni di Amedeo Quondam. Nell’età moderna, il vettore identitario della nobiltà non è più l’armatura del cavaliere rinascimentale, che coltivava letteratura e arte: essa non era uno strumento di guerra ma la «seconda pelle» del gentiluomo. Centrale nelle istruttorie delle Consulte la vita more nobilium che il nobile deve avere e che gli antenati devono aver perseguito. La vita more nobilium vuol dire precisi segni dell’onore, tutti rintracciabili nel Tasso: oltre al feudo antico e al titolo nobiliare, il vestiario, le carrozze, i cavalli, i lacchè, le guardie del corpo, l’accesso a titoli militari, cariche militari o politiche prestigiose, matrimoni tra pari. Due dei requisiti fondamentali, su cui insistono le Consulte Araldiche, sono una degna dimora e un blasone cristallino lontano da qualsiasi falsificazione o dal sospetto che le generazioni precedenti abbiano praticato arti meccaniche. La degna dimora deve possedere dei requisiti che si devono adattare allo status aristocratico e deve essere sempre aperta, anche se la famiglia soggiorna temporaneamente altrove. In molte capitali è imposta per legge come requisito per accedere al privilegio di cittadinanza aristocratica. Le istruttorie delle Consulte Araldiche fanno riferimento agli arredi della sala d’armi, a quelli dei corridoi di ingresso con busti dei blasonati che richiamano le glorie del casato, alle quadrerie, alle biblioteche. Tra Sei e Settecento per molti patriziati italiani diventa importante la facciata d’ingresso delle «case palazziate»: il portone con lo stemma e altri simboli del lignaggio, le finestre con balconi che si affacciano sulle vie principali dove si svolgono i principali rituali civici cittadini.
In questo modo, i Dialoghi di Torquato Tasso sulle nobiltà fanno capolino negli incartamenti dei tribunali nobiliari preunitari e postunitari italiani.
Si sono recuperate le edizioni più importanti dei dialoghi, stampate in anni diversi del Seicento e da diverse case editrici: Il Forno ovvero della nobiltà che sono inserite in pdf nel sito
